Message in a bottle

Message in a bottle


Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

(da un’antica omelia sul Sabato Santo)


Dallo studio medico legale dell’impronta impressa sulla Sindone, risulta evidente come l’uomo che vi fu avvolto sia stato percosso nelle ore precedenti la sua morte.

Osservando il volto, si notano delle tumefazioni che sembrano potersi identificare con ematomi, particolarmente visibili sull’emivolto destro, che si presenta più gonfio di quello sinistro. Inoltre si rivelano segni attribuibili a ferite lacero-contuse, particolarmente in corrispondenza delle arcate orbitali. La piramide nasale è deviata a causa di una frattura. Sulla fronte, sulla nuca e lungo i capelli sono evidenti numerose colature di sangue, ad andamento sinuoso, che sgorgano da ferite da punta di piccolo diametro. Tali ferite, disposte a raggiera intorno al capo e che salgono sin sulla sommità della calotta occipitale, sembrano provocate dall’imposizione sul capo di un casco di aculei acuminati. Da notare la colatura al centro della fronte sgorgata da una ferita della vena frontale, che assume la caratteristica forma di un ’3′ rovesciato, poiché segue l’andamento delle rughe della fronte. Le righe orizzontali scure che delimitano il volto e la nuca sono dovute a pieghe del tessuto.

(dal CIS – Torino)

From the legal medical study of the imprint of the Shroud it seems evident that the man who was wrapped in it had been beaten in the hours preceding his death. Observing the face, we note some tumefactions that seem to be ematomas. They are visible especially on the right cheek, which looks distinctly swollen as compared to the left one. Besides, there are signs ascribable to lacerated and contuse wounds, especially on the horbital arch. The nasal sectum is deviated by a fracture. On the forehead, on the nape of the neck and along the hair imprint there are evident and numerous blood flows, with sinuous course, that came from puncture wounds of small diameter. Such wounds go radially around the head and they reach the top of the occipital cap. They seem to have been caused by the imposition of a helmet made of sharp thorns. A blood flow on the center of the head is noted to take the configuration of a reversed letter “3″, following the course of the wrinkles on the forehead. The horizontal dark lines that define the face and the nape of the neck are due to some creases of the cloth.


San Tommaso d’Aquino rifiuta la prova ontologica a priori di S.Anselmo, in quanto ritiene che le prove dell’esistenza di Dio debbano essere ricercate a partire dai dati dell’esperienza, cioè dalle cose create.
Individua cinque vie che portano la ragione a dimostrare l’esistenza di Dio:

1) Il movimento: parte dal principio che tutto ciò che si muove è mosso da qualcun altro. Nel processo a ritroso non si può procedere all’infinito: deve esistere un motore che non è mosso da altri ed è Dio. Non può essere qualcosa di sensibile perchè se lo fosse non potrebbe dar vita al movimento sensibile;

2) La causa efficiente: se esiste il causato, esiste anche la causa. Deve esserci una prima causa efficiente e cioè Dio;

3) Il rapporto tra possibile e necessario: tutte le cose hanno la possibilità di essere o non essere, di esistere o no, cioè sono contingenti. Ci dovrà essere però una prima cosa che è necessaria e cioè la base, la causa di quello che è contingente: Dio.

4) I diversi gradi delle cose: quando si dice che una cosa è vera, è bella, si percepisce che ci sono nel mondo delle cose più o meno vere, cioè si fa una graduatoria dei beni. Questo non potrebbe essere fatto se non ci fosse un’unità di misura: se c’è un più e un meno, allora ci sarà un massimo e cioè Dio;

5) La finalità: le cose naturali, prive di intelligenza, appaiono tuttavia ad un fine e ciò non sarebbe possibile se non fossero governate da un Essere dotato di intelligenza (Dio). Se nell’universo c’è un ordine, deve esserci un ordinatore: Dio.

È un?argomentazione dell?esistenza di Dio che parte dalla figura stessa di Dio e si ha nel famoso enunciato: “Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore”. È stato definito ontologico perché ne dimostra l?esistenza, o simultaneo, perché dall?idea di Dio se ne ricava l?esistenza. L’aggettivo “ontologico” però non è esatto, dal momento che è un termine usato nella filosofia molti secoli dopo.

Quando l?ateo dice che Dio non esiste, Dio esiste comunque nel suo intelletto, in quanto lo pensa, e lo nega solo pensandolo, e lo pensa solo negandolo. Ma in ogni caso l?ateo nega l?esistenza di Dio al di fuori del proprio intelletto, cioè nella realtà. Rimane il fatto dell?esistenza di Dio nel proprio intelletto. Dunque, intendendo egli, per Dio, l?Assoluto, il Grandissimo, il Verissimo, non è possibile che, esistendo nel pensiero, non esista anche nella realtà. In sostanza, dice, poiché Dio è l’essere che, per definizione, ha ogni perfezione, deve necessariamente avere anche la perfezione di “esistere”.

Attraverso questa argomentazione egli ribadisce la propria intenzione di dare una struttura logica alla materia religiosa e tradurre in conclusioni di ragionamento i dogmi della fede cristiana.

Trattandosi di un personaggio venuto al mondo 2000 anni fa, dobbiamo analizzare sia i documenti cristiani che quelli non cristiani che attestano la sua esistenza.

a) Documenti del I sec. d.C.

45-80 * Vangelo secondo Matteo, scritto in greco, probabilmente come rielaborazione di un documento più antico, che non possediamo, redatto in una lingua semita.

50-65 * Vangelo secondo Marco, in greco.

50-67 * Epistolario Paolino, 13 lettere di Paolo in greco.

55-62 * Vangelo secondo Luca, in greco (collocato da vari studiosi dopo il 70).

50-58? * Lettera di Giacomo, scritta in greco.

61-63 * Atti di apostoli, in greco (anche dopo il 70?).

60-65? * Prima lettera di Pietro, in greco.

64-67? * Lettera agli ebrei, in greco.

70-80? * Didaché (cioè “dottrina dei dodici apostoli”), in greco.

* Seconda lettera di Pietro, in greco.

* Lettera di Giuda, in greco.

80-95 * Scritti di Giovanni, in greco:

* Vangelo

* Tre lettere

* Apocalisse

93-94 – Le antichità giudaiche di Giuseppe Flavio

Giuseppe (37-110 d.C.), è uno storico ebreo, diventato filoromano, al servizio di Vespasiano e di suo figlio Tito, divenuti imperatori.
Scrisse in greco varie opere storiche tra cui le Antichità giudaiche, in 20 libri, che raccontano la storia ebraica da Abramo ai suoi tempi.
Nel libro XVIII, § 63-64, si trova un passo, detto Testimonium flavianum, citato da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica (1,11,7) e nella Demonstr. evang. (3,5,105-106), e dal vescovo cristiano Agapio (sec. IX) nella sua Storia Universale scritta in arabo.
Presentiamo qui il testo ora accettato da tutti:

(N.B.= Per distinguere il testo biblico dal nostro commento, questo è scritto in carattere diverso)

«Ci fu verso questo tempo (l’anno 30 d.C.) Gesù uomo sapiente. La sua condotta era buona ed era stimato per la sua virtù. E attirò a sé molti giudei e anche molti greci. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Ma non cessarono di amarlo coloro che da principio lo avevano amato. Essi raccontano che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse perciò era il Cristo di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie»

95 * Prima lettera di Clemente, vescovo di Roma, scritta in greco e indirizzata ai cristiani di Corinto.

b) Documenti del II sec. d.C.

96-138 * Lettera di Barnaba, in greco.

105-7 * Epistolario di Ignazio di Antiochia, in greco: comprende 7 lettere indirizzate da questo vescovo ai cristiani di varie Chiese che avrebbe incontrato mentre veniva portato a Roma per subirvi il martirio.

112 ? – Annales di Tacito, scritti in latino.

Sono la storia dell’Impero romano dalla morte di Augusto a quella di Nerone, cioè dal 16 al 68 d.C. Racconta che nel 64 c’era stato a Roma un incendio ed era corsa voce che l’imperatore Nerone stesso avesse dato ordine di appiccare il fuoco. In riferimento a tale fatto lo storico romano scrisse:

«Per mettere fine alla diceria, Nerone fece passare per colpevoli e sottopose a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli per le loro vergognose azioni, denominava cristiani. L?autore di questo nome, Cristo, era stato messo a morte sotto l?impero di Tiberio, per ordine del procuratore Ponzio Pilato; e, pur essendo stata momentaneamente repressa, questa esiziale superstizione ricominciava a diffondersi, non solo per la Giudea, origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di scellerato e di vergognoso. Perciò, in primo luogo furono arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro loro indicazione, una grande moltitudine fu condannata, non tanto per l?accusa di aver appiccato l?incendio, quanto per odio del genere umano» (Annales, XV, 44).

112 – Lettera di Plinio il giovane all?imperatore Tra-iano, scritta in latino (Epist. X, 96).

Plinio è «legato per la provincia del Ponto e della Bitinia con potere consolare». Riportiamo parti della lettera:­

«Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei cristiani; perciò, non so che cosa si sia soliti fare: o punire, od inquisire, ed entro quali limiti ]…].
Certamente erano meritevoli di castigo per la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Altri ve ne furono, colpiti dalla stessa follia, al cui riguardo, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero condotti a Roma. Ben presto, poiché, per il fatto stesso di trattare questi problemi, le accuse aumentarono, come di solito accade, mi capitarono sottomano numerosi casi [...].
Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani e subito dopo negarono; dissero di esserlo stato in passato, ma di aver cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da un numero d?anni ancor maggiore, alcuni addirittura da vent?anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e quella degli dèi e maledissero Cristo.
Dicevano, inoltre, che la loro colpa o il loro errore consisteva nel fatto di esser soliti riunirsi all?alba in un giorno fisso e di intonare a cori alterni un inno in onore di Cristo, come se fosse un dio, e di impegnarsi con un giuramento non a commettere qualche delitto, ma a non commettere furti, frodi, adultèri, a non venir meno alla parola data, a non negare un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, era loro costume allontanarsi e ritrovarsi di nuovo insieme per prendere un cibo, ad ogni modo comune ed innocente, ma avevano desistito da questa usanza in seguito al mio editto, nel quale, in osservanza ai tuoi ordini, avevo vietato la costituzione di eteríe (= associazioni) [...] Mi è parso, infatti, che la questione meritasse di esser sottoposta al tuo giudizio, soprattutto per il numero di quelli che sono coinvolti in questo pericolo: molte persone di ogni età, di ogni ceto sociale, addirittura di ambo i sessi, sono trascinate in questo pericolo e ancora lo saranno. E non solo per la città, ma anche per i sobborghi e per le campagne si è esteso il contagio di questa deleteria superstizione; tuttavia, mi pare che si possa ancora bloccarla e ricondurla nella norma».

112 – Risposta di Traiano a Plinio (Epist. X, 97)

«Mio caro Plinio, nell?istruttoria dei processi contro coloro che ti venivano denunciati come cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non si può infatti stabilire una norma generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; nel caso in cui vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, debbono esser puniti, in modo, però, che colui che avrà negato di esser cristiano e lo avrà dimostrato coi fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dèi, sebbene sospetto in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento».

120 – Vite dei Cesari di Svetonio, scritte in latino

Nella Vita di Claudio (25, 4), dice che l’imperatore:
«Espulse da Roma i giudei diventati per istigazione di Cresto 1, una continua causa di disordini».

L?espulsione avvenne nel 49 (cfr. anche Atti 18, 2).

125 * Apologia di Quadrato all?imperatore Adriano.

150 * Il Pastore di Ermas: è una raccolta di visioni in greco.

155-65 – Giustino, filosofo cristiano nato a Nablus, in Samaria, ma non ebreo, scrisse in greco tre opere:

* due Apologie in difesa dei cristiani (a. 155 e 165)

* Dialogo con Trifone (anno 160)

è un dialogo tra Giustino ed il rabbino ebreo Trifone a proposito dell’Ebraismo e del Cristianesimo. In esso Giustino afferma:

«Voi ebrei avete preso uomini scelti di Gerusalemme e li avete inviati per tutta la terra a dire che era apparsa la setta empia ed iniqua dei cristiani» (17,1) «per l’errore di un certo Gesù, un galileo, e dicendo che loro (=gli ebrei) l’avevano crocifisso, ma i suoi discepoli l’avevano sottratto di notte dal sepolcro dove era stato deposto una volta schiodato dalla croce e ora andavano ingannando gli uomini affermando che era ridestato dai morti ed era salito al cielo» (108,1).

Questo giudizio di malafede contro i cristiani ha varcato i secoli ed è ancora sostenuto oggi da studiosi ebrei.

177 * Apologia di Atenagora all’imperatore Marco Aurelio.

180 – Il discorso veritiero del filosofo Celso (conservato nel * Contra Celsum di Origene), sostiene che:

Gesù era soltanto un uomo; le profezie (dell’Antico Testamento) si possono adattare a migliaia di altre persone meglio che a Gesù.

Si noti, a conclusione, che, davanti all?abbondanza delle fonti cristiane, le fonti non cristiane riguardanti l’origine del Cristianesimo sono assai poche, perché la «Storia» si accorge di un fenomeno solo quando esso acquista notevole rilevanza. E, normalmente, ciò avviene solo molto tempo dopo che il fenomeno è sorto.

c) Documenti con fonti dei sec. I e II

a) Libri apocrifi 1 del N.T. (soprattutto vangeli)

Sono “costruzioni” della vita di Gesù o di qualche apostolo. Spesso sono attribuite ad un apostolo per dare maggior credito al libro stesso, anche se in qualche caso è facile dimostrare che si tratta di un falso. Per questo sono anche detti “libri pseudoepigrafi” (= falsamente attribuiti).
Nascono dal desiderio di conoscere qualche cosa di più sul Maestro-Fondatore o sugli altri fondatori del Cristianesimo e dipendono spesso in modo evidente dai libri del Nuovo Testamento: cercano di supplire con la fantasia al carattere lacunoso dei libri ufficiali. Non è escluso che qualche informazione sia storica.
Spesse volte sono difficili da datare. Elenchiamo i principali, di cui abbiamo frammenti:

* Vangelo secondo gli ebrei, redatto in aramaico, poi tradotto in greco.

* Vangelo dei nazorei, (lingua ?).

* Vangelo degli ebioniti, in greco.

* Vangelo degli egiziani, in greco.

* Vangelo di Pietro, in greco.

* Protovangelo di Giacomo, in greco.

* Vangelo di Tommaso, in greco.

* Atti di Pilato, in greco.

* …

b) I Talmùd (III-V sec.) – libri ebraici

Sono scritti del giudaismo ufficiale per interpretare e commentare la legge di Mosè. Sono giunti a noi in due edizioni: quella di Gerusalemme (più breve) e quella di Babilonia (più lunga).

In questi libri la figura di Gesù è ben nota.

Nell?edizione babilonese di questi scritti è contenuto questo brano:
«Ecco ciò che è trasmesso: Il giorno di preparazione di Pasqua, fu appeso Gesù (di Nazareth, aggiunge un manoscritto). Un araldo aveva camminato quaranta giorni davanti a lui (dicendo): “Deve essere lapidato perché ha praticato la magia e ha sviato e sedotto Israele. Chiunque sa qualcosa a sua discolpa venga a difenderlo”. Ma non fu trovata alcuna difesa e fu appeso il giorno di preparazione della Pasqua» (Sanhedrin 43a). Si noti la somiglianza di questo giudizio con quello riportato da Giustino nel suo Dialogo con Trifone (v. pag. 31)Nel Talmùd di Gerusalemme è scritto:
«Così parla R. Abbahu: quando uno dice “sono Dio” egli mente; “sono Figlio dell?uomo”, alla fine Egli lo rifiuterà; “Io salirò al cielo”, lo dice ma non può compierlo» (Taanìt II,1 opp. II, 65, 69). Palesi allusioni ai testi evangelici.Da vari altri passi indiretti del Talmùd, sappiamo anche che Gesù è nato da una pettinatrice di nome Maria e da un soldato romano di passaggio di nome Pantera o Pandera (anche il Talmùd allora ammette che Giuseppe non è il padre di Gesù!).

3. Conclusioni minime

Dai documenti non cristiani emerge:

1. È esistito Gesù di Nazareth 1, morto giustiziato attorno al 30 d.C. in Palestina, sotto Ponzio Pilato, ai tempi dell?imperatore romano Tiberio.

2. I suoi seguaci affermano di aver visto Gesù nuovamente vivo e riconoscono in lui il Cristo (o Dio).

3. Gesù è indicato come il fondatore della “setta” cristiana.

Noto che uno dei problemi che più affligge la gente è la chiusura, l’impermeabilità, l’individualismo, l’incapacità cioè di stabilire dei ponti con l’altro, di comunicare le proprie emozioni, i propri problemi, il proprio stato d’animo. Diffidenza, paura di essere giudicati, esperienze negative passate sono tutti fattori che influiscono a formare una sorta di corteccia al cuore, una specie di insensibilità che inevitabilmente si ripercuote anche nel rapporto con Dio: se non comunico abitualmente, come posso relazionarmi con Dio, che è un Tu, un Essere con cui io sono chiamato a entrare in relazione?
Eppure uno dei bisogni fondamentali della persona è quello di sentirsi amati, coccolati, sapere che c’è qualcuno su cui possiamo contare e che ci vuole bene.
Conta molto più del cibo…, ci sono studi psicologici in merito.
Ma allora perchè è così faticoso stabilire il ponte della comunicazione?

tratto da “i tesori di Cornelio a Lapide”

1. Nessuno ha diritto di giudicare gli altri.
2. Si giudica senza cognizione di causa.
3. Chi giudica è giudicato.
4. Chi è senza colpa, lanci la prima pietra.
5. Si è severi con gli altri e indulgenti con se stessi.
6. Quanto s’inganni chi giudica temerariamente.
7. Bisogna giudicare con prudenza.
8. Bisogna scusare il prossimo.
9. Invece di condannare chi sbaglia, avvertitelo caritatevolmente.
10. Chi è innocente non deve inquietarsi dei giudizi degli uomini.

1. NESSUNO HA DIRITTO DI GIUDICARE GLI ALTRI. – «Chi sei tu che porti giudizio sull’altrui servo?», domanda S. Paolo, e soggiunge: «Sappi che tocca al suo padrone il vedere se cade o se si tiene in piedi» (Rom. XIV, 4). «E in quanto al fratello, perché ti arbitri di giudicarlo?» (Ib. 10). Egli è tuo simile, non tocca a te darne sentenza…
Non meno chiaro paria a questo proposito S. Giacomo: «Vi è un solo legislatore e giudice il quale abbia potere di condannare e di assolvere. Ora tu chi sei, che giudichi il prossimo?» (IACOB. IV, 12-13).
Sentenziare senza cognizione di causa e senza mandato è un’iniquità; sovente è un’ingiustizia e talvolta anche irreparabile…

2. SI GIUDICA SENZA COGNIZIONE DI CAUSA. – Voi non conoscete punto colui che giudicate: non ne penetrate l’interno; non sapete quale intenzione l’abbia mosso, intenzione che forse lo giustifica. E dove il delitto suo sia manifesto, può ben essere che se ne penta, o che già se ne sia pentito; e chi sa che abbia ad essere uno di quelli che formeranno la gloria del cielo? «Non giudicate adunque», dice Gesù Cristo (Mt 7, 1).

3. CHI GIUDICA È GIUDICATO. – Quegli che giudica gli altri sarà giudicato; chi condanna sarà condannato… «Inescusabile sei, o uomo, chiunque tu sia, dice S. Paolo, che vuoi giudicare gli altri; sappi che in quello di che tu giudichi un altro qualunque, te stesso giudichi e condanni» (Rom 2, 1). Sì, voi che temerariamente giudicate del prossimo, portate di vostra propria bocca sentenza di condanna contro voi medesimi…
E prima dell’Apostolo, già apertamente aveva detto il Maestro: «Non giudicate e non sarete giudicati. Poiché quel giudizio che voi farete degli altri, sarà fatto di voi; e sarete trattati come avete trattato gli altri (Mt7, 1-2).
Voi che siete facili al giudicare, badate a quella sentenza del Savio: «Lo stolto, perché è stolto, pensa che tutti gli altri siano stolti e battano la sua medesima via» (Eccle. X, 3). Voi giudicate, e sentenziate degli altri come cattivi ed insensati, e non vi accorgete che altrettanto si pensa di voi. È la pena del taglione. Si ha il castigo che agli altri s’infligge… Ora qual vantaggio viene a voi dalla sentenza che portate contro gli altri, se condannando gli altri condannate voi stessi? Non giudicate adunque e non sarete condannati.. .

4. CHI E’ SENZA COLPA, LANCI LA PRIMA PIETRA. – Gesù chiuse la bocca a coloro che gli avevano condotto innanzi la donna adultera, e li rimandò scornati dicendo: «Chi di voi è senza peccato, le getti contro la prima pietra» (Gv 8, 7). Così si dovrebbe rispondere a coloro che fanno da giudici del prossimo. Ah, non occupiamoci a
giudicare e condannare gli altri; piuttosto giudichiamo e condanniamo noi medesimi.
Ci stia in mente che la carità sincera è paziente, benigna, non altezzosa, non invidiosa, non imprudente, non sguaiata, non impaziente; non disprezza, non s’adombra, non cerca il proprio utile, non prende nulla in mala parte; non gode dell’iniquità, ma si rallegra della verità. Sopporta tutto, tutto crede, tutto spera, tutto soffre. La carità non si arresta né si stanca per ostacoli (I Cor. 13, 4-8).
Ignorate voi come nascono nel vostro cuore i peccati? Vi nascono come i vermi in una carne corrotta. Sono concepiti nelle piaghe inveterate della nostra natura, nel fondo sventuratamente troppo melmoso e fecondo della nostra corruzione originale. Quindi, dato anche che non abbiate commesso mai le colpe che in altri rimproverate, è pur sempre vero che tali colpe e vizi esistono, impercettibili al presente se volete, ma in potenza nell’interno focolare della vostra corruzione; e chi vi assicura che un giorno non li traduciate in fatti, foss’anche solo con un pensiero di affetto? e allora non avrete voi, condannando il vostro fratello, dato sentenza contro di voi medesimi? E dato anche che non aveste mai a cadere nel misfatto che giudicate, voi non potete però chiamarvi scevro da certe debolezze e da certi falli ugualmente condannati dalla suprema verità, dal cui tribunale dipende la condotta dell’uomo. Poiché colui che ha detto: Tu non ucciderai, ha pure proibito di essere orgoglioso, vendicativo, impuro, di fare giudizi temerari…
«Non si è mai commesso peccato così enorme da un uomo, dice S. Agostino, che ogni altro uomo non lo possa commettere, dove gli manchi l’assistenza del Creatore» (Confess.).

5. SI È SEVERI CON GLI ALTRI E INDULGENTI CON SE STESSI. – I due vizi più comuni e più universalmente sparsi tra gli uomini, sono un eccesso di severità verso gli altri e un eccesso d?indulgenza verso di noi, come già osservava S. Agostino, ed energicamente esprimeva con quella sentenza: «Gli uomini sono una razza curiosa dei fatti altrui e spensierata di provvedere ai propri (De Civit. Dei)».
«Perché vedi tu, dice Gesù Cristo, il fuscellino nell’occhio del fratello e non ti accorgi della trave nel tuo? E come hai tu faccia di dire a tuo fratello: Lascia ch’io ti cavi dall’occhio questa festuca, mentre porti nel tuo una scheggia? Ipocrita, togli prima la scheggia dall’occhio tuo, poscia trarrai la festuca dall’occhio di tuo fratello» (Mt 7, 3-5). Non si poteva tratteggiare più al vivo i due grandi difetti di cui trattiamo: giudicare a tutto rigore il prossimo e perdonare ogni cosa a se stesso; scorgere un moscerino nell’occhio altrui e non vedere il calabrone nel proprio; pavoneggiarsi della propria virtù, censurando indiscretamente le altrui azioni e coprendo con indulgenza i propri vizi; consecrare tutto lo zelo ad addentare il prossimo e procedere verso di sé con colpevole rilassatezza…
Nei giudizi che portiamo sul nostro prossimo, in due modi
pecchiamo: 1° sospettando che vi siano negli altri quei difetti che dobbiamo rimproverare a noi stessi; 2° trovando i vizi altrui più biasimevoli dei nostri. Da una parte noi affibbiamo al prossimo i nostri vizi, dall’altra li vediamo più enormi in esso che in noi. Nulla perdoniamo agli altri, tutto scusiamo in noi medesimi.
La più dannosa ipocrisia è quella di menare le sferza su tutti. Si aspira a farsi nome di uomo incorruttibile che non adula e non risparmia persona; e non si bada a correggere se medesimo. Si notano i più leggeri difetti degli altri e si lasciano correre, senza neppure darsene per intesi, i più enormi vizi che deturpano noi medesimi. Non c?è persona più tenera e indulgente verso i suoi propri torti, di quei critici severi che non perdonano nulla agli altri.
Quanto è comodo per molti il lasciar dormire la propria coscienza nei peccati e prendersela contro le colpe degli altri! tutt’occhi in quello che non li riguarda, sono poi ciechi per quello che vi è in loro. perché ciò? perché è usanza comune cercare le colpe vere od immaginarie del prossimo, dirne male e intanto mettersi dopo le spalle i propri difetti per non vederli, né condannarli e quindi non emendarsene.

6. QUANTO S’INGANNI CHI GIUDICA TEMERARIAMENTE. – Per qual ragione mai lacerarsi scambievolmente con ingiusti sospetti? È un mostrarsi schiavo della più insolente curiosità, e non volesse Dio, che si prendessero tanti granchi e non si urtasse in tanti scogli, quante sono le indagini che si fanno e i giudizi che si recano! Ciascuno pretende di vedere ciò che è nascosto e decidere delle intenzioni. Questa smania di mettere bocca negli affari altrui, fa sì che si inventa su quel che non si vede; e siccome si ha la pretesa di non sbagliare mai, il sospetto diventa ben presto certezza; e si chiama convinzione quello che al più potrebbe sembrare una congettura. Quindi noi applaudiamo all’invenzione del nostro spirito e smisuratamente la sviluppiamo. Se, alimentata dai sospetti e dai giudizi temerari, la nostra collera si accende, noi non cerchiamo punto di spegnerla; perché, come nota S. Agostino, «a nessuno la sua collera pare ingiusta (De Morib. Eccl.)». Quindi l’inquietudine ci assale, e spinti da questa e dalla nostra diffidenza, ci attacchiamo spesso a un’ombra e assaliamo e combattiamo la verità per un’ombra. Scagliamo il colpo per timore che altri ci ferisca e già vendichiamo un’offesa che ancora non esiste, dice il medesimo padre (Ibid.). Vedete dove ci conducono l’errore e l’ingiustizia… .

7. BISOGNA GIUDICARE CON PRUDENZA. – Nel giudicare del prossimo bisogna camminare a piè di piombo, non sentenziare a caso, ma ponderatamente. Quegli che voi credete caduto, può essere in piedi e quegli di cui tenete come certa e vicina la caduta, forse non inciamperà neppure… Quel tale di cui sospettate ogni sorta di colpe, potrà forse trovarsi collocato al di sopra di voi nel cielo; poiché, dato anche che sia veramente colpevole, conoscete voi la grazia che Dio gli riserva? Ponderate quella parola del Salvatore: «Vi dico in fede mia che i pubblicani e le cortigiane avranno su di voi la precedenza nel regno di Dio» (Mt 21, 31). Bisogna andare cauti e lenti nei giudizi: 1° perché il mondo è molto maligno…; 2° è molto facile alla calunnia…; 3° inventa difetti…; 4° li aumenta e li trasforma…; 5° molte volte è ingiusto…; 6° opera per lo più per odio, per vendetta, per invidia, per capriccio, per malizia… Si osservi che Dio, parlando dei Sodomiti, per ammonirci di non essere troppo frettolosi a credere qualunque diceria, disse: «Io discenderò e vedrò» (Gn 18, 21).
Non è raro che la malignità dia origine a una fama ingiusta e cattiva; la cattiveria la ingrandisce e la presenta come pura verità; è dunque agire da persona prudente. il non precipitare il giudizio su gli assenti, su l’avvenire, su l’incerto, ma riflettere seriamente, schiarire per quanto è possibile la cosa, e giudicare con grande assennatezza; perché gli occhi ci dànno ben altra certezza che non le orecchie, indotte sovente in errore da vani rumori. Bisogna interrogare testimoni giusti, coscienziosi, incorruttibili, come appunto faceva Giobbe il quale poté dire di se stesso: «Fino da fanciullo io cercava il vero; e con grande attenzione esaminava la causa che non conoscessi abbastanza».
«Dio, agli occhi del quale tutto è nudo, scrive S. Gregorio, punisce i delitti dei Sodomiti, non per averne udito parlare, ma dopo di averli veduti (Moral.)». E noi sentenzieremo del prossimo dietro le ciarle di un maligno o di uno sciocco? «Non giudicate, dice il Crisostomo, fidati ad un sospetto; senza prima assicurarvi della cosa; non condannate persona prima di aver imitato Dio che disse: Io discenderò e vedrò (Homil. ad pop.)».

8. BISOGNA SCUSARE IL PROSSIMO. – Non ci sfugga mai di mente il sensato ammaestramento di S. Bernardo: «Dove ti sia impossibile scusare l’azione, scusa almeno l’intenzione: supponi o ch’egli non abbia saputo, o che sia stato tratto in inganno, od abbia sbagliato per caso. Se poi la colpa è così certa che esclude ogni dubbio e non si può capire anche allora studiati di scusare il colpevole, dicendo a te stesso: La tentazione è stata troppo violenta. Chi sa quale scempio avrebbe fatto di me, se mi avesse assalito con la stessa violenza! (Serm. XL, in cantic.)».
Furibondi contro Atanasio andarono un dì gli ariani, guidati da Lucio, dall’imperatore Gioviano, per calunniare e, possibilmente, per far condannare quel valoroso campione della fede. «Non mi parlate contro Atanasio, rispose loro l’imperatore; appunto perché le accuse datano da vent’anni, già si sarebbero dovute dimenticare; io so, del resto, e come e perché fu accusato la prima volta». Gli eretici ritornarono più volte all’assalto, ed una fra le altre giunsero a dire che, se Atanasio fosse ritornato alla sua Sede, la città sarebbe perduta. «Io mi sono accuratamente informato di tutta la faccenda, rispose Gioviano, e mi consta che Atanasio è ortodosso e ammaestra rettamente il suo popolo». – Questo è vero, replicarono gli accusatori; quel che dice è buono, ma nasconde nell’anima sentimenti perversi. – «Se voi medesimi, soggiunse l’imperatore, ammettete che egli non insegna nulla che non sia buono, questo ci basta; tocca a Dio giudicare del cuore; noi uomini dobbiamo giudicare dalle parole». – Ma, Signore, egli chiama noi eretici e novatori. – « Bene sta, è suo dovere, come è dovere di tutti quelli che vegliano alla conservazione della sana dottrina, opporsi alla novità». Lucio volle insistere; ma il principe, che era di buon umore, terminò l’udienza con una facezia e disse: «Lucio, in qual modo siete venuto?» – Per mare, maestà, e in mezzo a mille rischi. – «Ebbene, perché non abbiate a correre uguali e forse peggiori pericoli, ritornate a casa per terra» (Storia Eccles. ).
Vedete un tale che è licenzioso, un altro che è ingiusto e violento; condannate pure la loro condotta, voi non la condannerete da temerari, perché anche la legge divina la condanna; ma se voi li guardate come, infermi incurabili, dice S. Agostino, se voi li sentenziate e li trattate come peccatori incorreggibili, voi fate ingiuria a Dio e aggravate il rigore dei suoi giudizi. Voi avete vedute alcune persone abbandonarsi ad atti pericolosi; biasimate pure tali fatti, poiché la Scrittura li biasima; ma quando voi giudicate della vita presente dai disordini della vita passata; quando dite col fariseo: Ah! se sapeste che razza di donna è costei! e al pari di quello non pensate che quelle tali persone possono già essere in quell’istante medesimo cambiate dalla penitenza in tutt’altri uomini, voi non giudicate più secondo Iddio. Dovete, al contrario, da buon cristiano, credere che colui il quale per disgrazia è caduto, abbia peccato per debolezza, per sorpresa, per ignoranza, e che già si è pentito o si pentirà, si emenderà, e otterrà da Dio il perdono (Cont. Secund.).
«Basta a ciascun giorno la propria pena» (Mt 6, 34), disse Gesù Cristo. Similmente, quando qualche scandalo offende i vostri occhi, invece d’ingrossarlo e di divulgarlo con mille piagnistei, od oltraggiare i disgraziati fratelli con crudeli invettive ed amare ironie, sperate piuttosto in un tempo migliore e in una condotta più regolare.
Se dobbiamo essere riservatissimi nelle nostre sentenze contro le colpe conosciute e manifeste, con quanta prudenza non dovremo procedere quando si tratta di fatti nascosti e dubbiosi? Particolarmente in questo caso dobbiamo sospendere ogni giudizio, scusare, non applaudire ai detrattori e, fino a miglior prova, dire che la cosa non può essere come suona.

9. INVECE DI CONDANNARE CHI SBAGLIA, AVVERTITELO CARITATEVOLMENTE. – Quando Giuseppe si fece conoscere dai suoi fratelli, e rivolse loro quelle parole: – Io sono Giuseppe vostro fratello, che voi avete venduto ai negozianti d’Egitto, – essi furono colpiti da grande spavento; conobbero e sentirono al vivo quanto si erano resi colpevoli con quella vendita e ne provarono di più il rammarico quando lo videro abbracciarli ad uno ad uno e piangere con essi (Gen. XLV, 3-8), I rimproveri più acerbi con cui avrebbe potuto guarirli, non avrebbero certo inspirato loro tanto orrore del delitto commesso. quanto ne inspirarono le carezze e le lagrime di un fratello oltraggiato, e tuttavia così buono, così tenero e benefico… Osservate ancora in qual modo Gesù Cristo tratta la donna adultera… Ascoltate il nome che dà a Giuda: chiama amico colui che sta per tradirlo…

10. CHI È INNOCENTE NON DEVE INQUIETARSI DEI GIUDIZI DEGLI UOMINI. – Chi sa di essere innocente della colpa di cui viene accusato e condannato, non deve punto inquietarsi dei giudizi e delle accuse degli uomini. Ripeta con S. Agostino: «Pensate e dite di me quello che vi talenta; ad una sola cosa io bado, ed è che non mi accusi la coscienza mia presso Dio (Cont. Secund. Manich.)». Che cosa ci deve importare dei giudizi degli altri, quando non sono fondati? Ancorché tutto il mando ci condannasse come colpevoli, se noi siamo innocenti, se Dio non ci condanna, perché affannarci e inquietarci? Al contrario, quando tutti gli uomini ci giudicassero santi e perfetti, e Dio pensasse di noi diversamente, allora dobbiamo temere e tremare… Se tutti gli uomini fossero d’accordo per collocarci in cielo, e Dio ce ne escludesse, no; non vi metteremo ma; piede; e quando tutti ci dannassero all’inferno, se Dio non vi ci condanna. non vi cadremo giammai. Viviamo piamente, cristianamente, santamente, e i giudizi del mondo saranno per noi meno che un nulla, come già diceva il grande Apostolo: «Per me, poco o nulla m?importa d?essere giudicato da voi o da qualsiasi altro giudice umano; chi mi deve giudicare è il Signore» (1 Cor. IV, 3-4).
Non dobbiamo fare nessun conto dei giudizi degli uomini, se non quando giudicano secondo verità, e per la nostra cattiva condotta ci meritiamo di essere da loro giudicati e condannati. In questo caso facciamone pro; la loro sentenza è la voce di Dio.


Si parla tanto di penitenza in questo periodo quaresimale. Personalmente non mi distinguo per le mie ascesi, ma nel tempo che ci separa alla Pasqua suggerisco due piccoli fioretti (è un invito rivolto anche a me stesso, ovviamente), a scelta:
- 10 minuti di dialogo silenzioso con il Crocifisso;
- lettura e meditazione della Passione.

Un cristiano dovrebbe far passare Dio sempre e comunque. Persona che vive operosamente nel presente ma proiettata oltre, dovrebbe suscitare sempre l’interrogativo dell’Essere trascendente, rimandare sempre a quell’immagine e a quel messaggio. Attualizzare la Parola, renderla viva ma soprattutto, annullarsi per far risplendere la Verità.

Credo che questo testo si potrà leggere in circa tre minuti. Ebbene, in questo lasso di tempo, moriranno 300 persone e ne nasceranno altre 620.

Forse io impiegherò mezz’ora per scriverlo: sono concentrato sul mio computer, sui libri accanto a me, sulle idee che mi vengono, sulle macchine che passano là fuori.

Tutto sembra assolutamente normale intorno a me. Invece, durante questi trenta minuti, sono morte 3.000 persone, e 6.200 hanno appena visto, per la prima volta, la luce del mondo.

Dove saranno queste migliaia di famiglie che hanno cominciato a piangere per la perdita di qualcuno, o a ridere per l’arrivo di un figlio, di un nipote, di un fratello?

Mi fermo e rifletto: forse molte di queste morti arrivano al termine di una lunga e dolorosa malattia, e certe persone saranno sollevate dall’Angelo che è venuto a prenderle. Inoltre, centinaia di questi bambini che sono appena nati quasi sicuramente saranno abbandonati nel prossimo minuto ed entreranno nelle statistiche di morte prima che io abbia finito questo testo.

Pensate. Ho appena dato uno sguardo a una semplice statistica e tutt’a un tratto inizio ad avvertire il senso di queste perdite e questi incontri, questi sorrisi e queste lacrime. Quanti staranno lasciando questa vita da soli, nelle loro stanze, senza che nessuno si renda conto di ciò che sta accadendo? Quanti nasceranno nascostamente e saranno abbandonati davanti alla porta di qualche ricovero o di qualche convento?

Rifletto: ho già fatto parte della statistica delle nascite e, un giorno, sarò incluso nel numero dei morti. Che bello: io sono pienamente consapevole che morirò. Da quando ho fatto il cammino di Santiago, ho capito che – anche se la vita continua e siamo tutti eterni – un giorno questa esistenza si concluderà.

Le persone pensano molto poco alla morte. Passano la vita preoccupandosi di vere e proprie assurdità, rimandano cose, tralasciano momenti importanti. Non rischiano, perché pensano sia pericoloso. Si lamentano molto, ma diventano codarde quando è il momento di prendere provvedimenti. Vogliono che tutto cambi, ma loro si rifiutano di cambiare.

Se pensassero un po’ di più alla morte, non tralascerebbero mai di fare quella telefonata che manca. Sarebbero un po’ più folli. Non avrebbero paura della fine di questa incarnazione – perché non si può temere qualcosa che accadrà comunque.

Gli Indios dicono: “Oggi è un giorno buono come qualsiasi altro per lasciare questo mondo”. E uno stregone commentò una volta: “Che la morte sia sempre seduta al tuo fianco. Così, quando avrai bisogno di fare qualcosa di importante, essa ti darà la forza e il coraggio necessari”.

Spero che tu, lettore, abbia letto fin qui. Sarebbe una stupidaggine spaventarsi per il titolo, perché tutti noi, prima o poi, moriremo. E solo chi accetta questo è pronto per la vita.

(Paulo Coelho)

Al di la’ del pensiero della morte e delle credenze religiose mi colpisce questa riflessione: non è la morte che dà un senso alla vita? La nostra vita sarebbe la stessa se vivessimo quaggiù in eterno?